L’uomo poeta. Su LeiStyle di marzo 2022.

C’è un vino chiamato kosher, che i discendenti del patriarca, gli ebrei osservanti, possono bere. Si tratta di un vino realizzato secondo le precise regole della Kasherut, che insegnano quali sono i cibi permessi e il modo in cui devono essere preparati, seguendo gli insegnamenti della Torah. 

Nel mio bicchiere un vino vino kosher e, sarà per suggestione, ma penso a cosa sia sacro nell’amore, cosa lo renda sacro. Ricordo le parole di Francesco Alberoni “l’innamoramento è una sacralizzazione dell’altro. E io con i mieli libri ho contribuito a tenere vivo questo ultimo mito, questo ultimo spazio sacro nel nostro mondo desacralizzato”. 

 Vivere il quotidiano senza mortificarlo, ma celebrarlo nella sua minima quantità di esistenza, anche nei suo aspetti decorativi, nei quasi insultanti ghirigori bianchi e neri dell’arredamento, della carta da parati. Nel tempo piatto e nello spazio sottodimensionato che sembrano schiacciarci nel piccolo. Nel lavoro e nella ripetizione costante del non eccezionale. 

C’è un solo sguardo e una precisa parola per accogliere e dire l’immersione nella quale viviamo. Per esempio, qualcuno ha fatto con cura la scatola di fiammiferi che guarda Paterson (Adam Driver) nel film capolavoro Paterson di Jim Jarmush del 2016: ha scelto il perfetto punto di blu, ha deciso il carattere delle lettere, e “uno di quei fiammiferi accenderà la sigaretta della donna che amo”. Lui la guarda e la vede, la tiene tra le dita e ne ha cura. Grazie alla sua cura accoglie, rianima, celebra, libera. 

L’uomo è poeta quando ama così. 

L’uomo poeta non ha paura di perdere, e per questo non abbandona. Il poeta celebra il quotidiano perché non lo abbandona. E in questo non abbandono c’è il suo legame profondo, la capacità infaticabile di dare inizi mai assoluti, ma sempre alla nostra portata. 

Quotidiani e infaticabili. Questo è il sacro dell’amore.